La costruzione di una piazza come luogo comune 

di Giordano Di Vetta

Pieter Bruegel il Vecchio, Giochi di bambini, 1560,  Kunsthistorisches Museum,Vienna.

La legge 28 agosto 1997, n. 285, “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, ha istituito un fondo nazionale speciale da destinare a interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza realizzati dalle amministrazioni locali. Oggi il fondo viene ripartito tra 15 città con vincolo di utilizzo secondo gli scopi definiti dalla legge. Tra gli strumenti promossi dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la buona riuscita della sperimentazione 285, vi sono il Tavolo di coordinamento tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali e Città riservatarie e la Banca dati dei progetti. L’utilizzo del fondo è oggetto di monitoraggio periodico dei progetti realizzati dagli enti locali, favorendo lo scambio di esperienze e l’organizzazione di occasioni di approfondimento utili al miglioramento delle politiche rivolte a bambine, bambini e adolescenti. All’interno di un piano di attività annuale finanziato con i fondi 285, il lavoro del Tavolo di coordinamento sviluppa approfondimenti specifici, individua aree di sperimentazione innovative, o promuove indagini ad hoc utili a rappresentare le caratteristiche delle politiche delle città in questo settore.

La cooperativa presso cui lavoro vince un bando che eroga i fondi stanziati dalla legge 285/97 per progetti capaci di contrastare la marginalità sociale di alcuni quartieri alla periferia di Roma. Partecipo al progetto in attività di educativa territoriale, di cui, di seguito, resoconto due esperienze.

Durante una delle uscite esplorative dell’equipe di educativa territoriale, nei pressi della fermata della metro, conosciamo la signora Olga. Ci racconta che, nel 2006, a qualche mese dall’esplosione di un palazzo in cui persero la vita due vigili del fuoco, è stata inaugurata la piazza. Una sorta di luogo pubblico pensato per occuparsi del lutto del quartiere. La piazza doveva far ricordare, accogliere, incontrare. Finiti i lavori, però, cittadini scoprono di non poterne usufruire facilmente: la proprietà è dell’azienda che ha costruito i parcheggi sotto la piazza, l’azienda è fallita, il Comune non ne è entrato in possesso. La piazza è terra di nessuno, non è manutenuta e chi intende usarla non ha un interlocutore con cui convenirne l’uso. Frequentando la piazza notiamo che sembra essersi fatta teatro di provocazioni: scritte sui muri, immondizia, rapporti sessuali mal celati dietro l’erba alta delle aiuole. Azioni che parlano dell’ambiguità di un posto vacante, un posto vissuto ma non tenuto a mente, senza progetto ma con una domanda da parte del quartiere. Organizziamo così i “RAPperitivi”, contest musicali in cui giovani rap del territorio si sfidano su rime improvvisate che hanno come tema le questioni rilevanti del quartiere. Accanto al contest, poi, tornei di calcio balilla, sfalcio dell’erba, aperitivi nei locali che affacciano sulla piazza. Chi partecipa sono giovani, anziani, italiani, migranti, lavoratori, disoccupati, studenti. Partecipano prendendosi cura della piazza, immaginandone un futuro, sostenuti anche dai commercianti, interessati a promuovere l’economia e la presentabilità del quartiere.

Non mancano eventi provocatori. C’è chi prova a salire sulla statua dedicata ai caduti del 2006, chi ci ruba l’attrezzatura tecnica necessaria alla realizzazione del contest musicale. La differenza, dunque, qual è? Che quella provocazione ha avuto un rapporto come contesto interlocutore. Abbiamo dato riscontri sul senso di un furto entro un evento che provava a connettere e progettare, di come ci sembrasse un modo per evitare il cambiamento ma anche un modo per scongiurare che quell’evento si concludesse. Abbiamo chiesto ai giovani se conoscessero la storia della statua e dei morti che ricorda, scoprendo che non ne avevano sentito parlare. I più grandi cominciano a raccontare, i rapper a fare domande con l’idea di farne un testo da cantare.

Piazza è una parola particolare, dentro di sé tiene una moltitudine di significati. Deriva da “platea”, cioè “via larga”, ma può indicare anche gente, popolo, pubblico, cittadini. Nel gergo commerciale intende “mercato”, in quello militare “fortezza”, poi c’è la “piazza del pronto soccorso”, ossia il centro della struttura e la “piazza di pilotaggio” ovvero la cabina di chi governa l’aereo. La Piazza è, dunque, un luogo di incontro, di cura, di decisionalità, di potere diffuso. Il risultato del nostro lavoro è stato, dunque, quello di permettere a quegli agiti provocatori di trasformarsi in reciproca curiosità, una curiosità che ha permesso ad esempio a commercianti e famiglie di attivarsi per occuparsi della piazza anche in futuro.

In prospettiva freireiana: L’educazione non può essere neutrale

In ottica freiriana, l’educazione ha sempre una radice politica:

“E’ nell’intenzionalità dell’educatore che si trova quella che ho definito la natura politica dell’educazione. La neutralità in educazione è impossibile. Ed è impossibile non perché lo decida un gruppo di insegnati facinorosi o sovversivi. L’educazione non diventa politica perché lo decide questo o quell’educatore. Essa è politica. Chi invece pensa che sia colpa di questo o di quell’educatore più o meno attivista o qualcos’altro, che l’educazione diventa politica, non riesce a nascondere la sua visione dispregiativa della politica. La radice più profonda del fatto che l’educazione è politica, si ritrova nell’educabilità stessa dell’essere umano, che si fonda sulla natura incompiuta di cui ha preso coscienza. L’incompiuto è cosciente della sua incompiutezza, immerso nella storia, l’essere umano si trasforma necessariamente in essere etico, in essere che opera delle scelte e prende delle decisioni. Un essere legato ad interessi, in relazione ai quali può decidere di tenersi fedele all’eticità oppure trasgredirla” .

In educazione quindi, si operano sempre delle scelte che incidono sui processi e le scelte sono sempre determinate da un’intenzionalità segnata da come l’educatore ha costruito la propria visione del mondo, come lo pensa, come lo desidera.  Essere neutrali è, dunque, impossibile. Dichiararsi tali e promuovere un’educazione scevra dalla dimensione politica, intesa in senso aristotelico come competenza ad occuparsi della cosa comune è omettere la natura stessa dell’educazione, di rapporto che avviene nella società e mira a trasformarla o riprodurre i modelli culturali egemoni. Nell’intervento di educativa territoriale teso a costruire dialogo tra gli avventori della piazza e nella ricostruzione “luoghi comuni”, si immagina una società più aperta che superi l’anomia tipica delle grandi città, caratterizzata da un senso di impotenza che si trasforma in “irresponsabilità” nei confronti di persone e luoghi che ci circondano. L’equipe di strada sognava senza nasconderlo, per quella piazza, giovani e meno giovani, clochard, negozianti, inquilini dei palazzi che la guarnivano, coinvolti in un discorso che potesse avviare le basi per una migliore convivenza in quel luogo.

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