Formarsi in psicoterapia. Una esperienza di tirocinio nel terzo settore durante la pandemia Covid 19

di Giuseppe Saracino

Bartolomé Esteban Murillo (1618-1682), Il bambino sorridente.

Chi scrive ha concluso il primo anno di tirocinio di specializzazione in psicoterapia in un progetto a cui collaborano una cooperativa sociale, una associazione culturale e di promozione sociale, uno studio professionale di psicoterapeuti interessati a sviluppare servizi nel Terzo Settore. Mi sono occupato di costruire una funzione psicoterapeutica in rapporto alla questione della marginalità, incontrando studenti con difficoltà di apprendimento scolastico, nuclei familiari con problemi di emarginazione e isolamento, orientamento al lavoro per utenti dei servizi psichiatrici con diagnosi di psicosi. La funzione psicoterapeutica è stata pensata come connessa alla competenza ad esplorare i vissuti di marginalità entro i contesti dei riferimento dei nostri interlocutori.

Attualmente sto proseguendo la collaborazione con queste organizzazioni per il secondo anno di tirocinio, avendo costruito una domanda a partecipare alla costruzione e alla progettazione di servizi attorno alla questione della marginalità, in un’ottica imprenditiva, nell’idea che il tirocinio sia una importante occasione per pensare domande e costruire competenze spendibili nel lavoro psicoterapeutico nel terzo settore.

Per sostenere queste riflessioni , mi soffermerò in particolare su uno dei servizi a cui mi sono dedicato nel primo anno di tirocinio, ovvero un intervento domiciliare con un minore.

Nel contesto di consulenza psicoterapeutica dell’associazione, la psicoterapeuta che coordina i tirocini, segue da alcuni anni una famiglia. I genitori trovano nel lavoro con la psicoterapeuta la possibilità di parlare dei problemi vissuti in merito al proprio rapporto di coppia, alle aspettative professionali di ciascuno e alle sfide evolutive che i figli incontrano nel loro percorso di crescita. La psicoterapia nel contesto associativo li aiuta a nominare problemi ed individuare risorse per affrontarli, definendo degli obiettivi personali e familiari realistici. Dopo alcuni mesi dall’avvio del  tirocinio comincio a occuparmi di Manuele, figlio maggiore della coppia, e delle difficoltà che sperimenta in rapporto alla scuola e al suo percorso di crescita. Quando ci incontriamo Manuele, 16 anni, iscritto presso una scuola di eccellenza in ambito scientifico, ha un lieve ritardo cognitivo e fatica a proseguire gli studi e a costruire rapporti significativi con i suoi compagni.  Nel corso del tirocinio di specializzazione sono chiamato ad aiutarlo nei compiti in cui ha difficoltà con incontri settimanali di 2 ore, per sviluppare con lui una relazione finalizzata alla comprensione dei suoi vissuti in rapporto alla scuola.

Nel lavoro Manuele ha la possibilità di affrontare la frustrazione nel non riuscire a volte a risolvere un’equazione o un problema algebrico particolarmente complicato, potendolo fare insieme ad una figura di riferimento. Sentirsi frustrato per Manuele sembra essere una esperienza angosciante che lo porta ad allontanarsi dallo studio e a ritirarsi in solitudine. Durante i nostri incontri nei momenti più tesi si chiude in bagno o in camera per ritornare allo studio dopo un pò. Tollerare questa angoscia insieme a me, evitando di ricevere rimproveri e provando a comprendere i problemi che vive, diventa una occasione per rendere l’esperienza di frustrazione meno violenta per lui e la relazione tra noi sostenibile.

Proseguono gli incontri, prima che il coronavirus e il conseguente lockdown stravolgano le nostre vite! Come molti dei servizi per l’apprendimento, non è ben chiaro come continuare il lavoro con i ragazzi, ma una opportunità ce la offre una collega tirocinante che propone alla cooperativa con cui lavora di realizzare una mostra che raccoglie le opere di ragazzi in età scolare durante il lockdown. Proponiamo, dunque, a Manuele e alla famiglia di modificare l’assetto degli incontri che diventa online, in cui il mandato diventa la possibilità di svolgere degli incontri che permettano a Manuele di riconoscere sue risorse produttive e relazionali in rapporto alla produzione di un oggetto da presentare alla mostra. La maggiore praticità di Manuele nel maneggiare videochiamate, piattaforme digitali, youtube, giochi online facilita il nostro rapporto. 

Con Manuele scegliamo di utilizzare qualcosa di affine alle sue passioni: i video giochi. In questo caso ha modo di stare in rapporto con me sentendosi competente e mostrando alcune sue capacità. Durante gli incontri è Manuele a proporre un ventaglio di giochi tra cui poter scegliere insieme. Tra un incontro e l’altro ne seleziona alcuni e crea un test affinchè possiamo scegliere il videogame adatto. Ad inizio di ciascun appuntamento mi presenta il ventaglio di possibilità ed esploriamo insieme risorse e limiti di ciascuno dei giochi. In pratica Manuele inizia a farsi carico in maniera competente della nostra relazione verso l’obiettivo di promuovere reciproca conoscenza e competenza nei giochi che facciamo. All’inizio e alla fine di questo ciclo di incontri parliamo di cosa si aspettasse da questa esperienza e di come l’abbia vissuta. Ciò che emerge è il desiderio di implicarsi nelle relazioni, apprezzando che ci sia qualcuno che possa partecipare ai suoi interessi, riconoscendo e sostenendo alcuni limiti che sente di avere. A conclusione degli incontri ci salutiamo con la nostalgia di chi ha condiviso un pezzo di strada affettuosamente insieme. L’oggetto da noi realizzato per la mostra sarà un collage di screenshot di alcuni dei momenti più emozionanti di gioco.

Per concludere, mi sembra importante recuperare la complessità dell’intervento entro cui si è cercato di tenere insieme diversi aspetti: la proposta di servizio dell’associazione alla famiglia, la domanda di quest’ultima alla psicoterapeuta, le difficoltà di Manuele a scuola e il rapporto tra lui e il mio tirocinio. Occuparsi di marginalità in un’ottica psicoterapeutica ha voluto dire proporre a Manuele un setting di intervento in cui fosse possibile per lui esprimere difficoltà, vivere frustrazione, ma anche avere spazio e possibilità per attivare le sue risorse. L’esito dell’intervento, realizzato in presenza e a distanza, è stata la costruzione di una relazione di cui Manuele si è potuto fare carico, sentendosi partecipe ed essendo sostenuto nel riconoscere alcuni suoi limiti e risorse da lui attivabili.

Contestualmente, la famiglia sembra aver proposto alla psicoterapeuta una domanda coerente a quella di Manuele. Ovvero poter trattare difficoltà e desideri in merito alla presa in carico della propria funzione genitoriale in rapporto alle sfide evolutive del figlio.
La funzione psicoterapeutica organizzando il setting, entro il contesto associativo vissuto come accogliente e non stigmatizzante, ha reso possibile il riconoscimento di obiettivi realistici, l’individuazione di limiti personali e contestuali e la valorizzazione delle risorse attivabili dalla famiglia per affrontarle.

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