Funzione psicologica e associazionismo sportivo. Pretesti di scambio in una cultura dell’isolamento

di Lorenzo Bolli

Chi scrive è un laureato in psicologia clinica, che ha terminato il periodo di tirocinio formativo e sta svolgendo le prove dell’Esame di Stato per l’accesso all’ordine professionale.

Il tirocinio post lauream in un’associazione di promozione sociale di Roma mi ha visto implicato nell’equipe e con altri psicologi a cogliere e trattare la domanda dei clienti dell’organizzazione. Lavoro che spesso ha significato accompagnare i clienti nei propri rapporti con l’Altro, che fosse la scuola, la famiglia, i servizi pubblici; lavoro che potremmo dire finalizzato a non lasciare solo il cliente in questi scambi complessi e a promuovere relazioni utili.

Attualmente lavoro presso due associazioni sportive dilettantistiche per l’avvio di un corso di arti marziali. Proprio in questo contesto ha avuto luogo un evento critico che mette in luce il senso e l’utilità di quel lavoro psicologico-clinico di accompagnamento nei rapporti. E al contempo suggerisce uno strumento che tiene insieme professionalità clinica in costruzione e peculiarità di un contesto di lavoro come quello sportivo.

Nell’ambito della pratica sportiva italiana, aprire un corso richiede agli insegnati il conseguimento di un diploma formativo rilasciato da enti nazionali di settore. Trattandosi di un adeguamento relativamente recente, tanto gli enti deputati al rilascio quanto le associazioni che ne fanno richiesta per i propri insegnati sembrano piuttosto disorientati. Dunque la procedura può richiedere diverso tempo e lasciare l’insegnante a lungo senza certificazione. Così è accaduto a chi scrive, per cui il lungo periodo d’attesa per conseguire il titolo si è tradotto per me e per le associazioni nella paura di incorrere in controlli e sanzioni.

È sembrato, a un tratto, che la soluzione migliore potesse essere conseguire il titolo senza la mediazione delle due associazioni, che le cose potessero farsi così più semplici e rapide e ci si potesse liberare di quello scomodo vissuto di attesa e di rischio. Nasce a questo punto un sospetto: che rinunciare a relazionarsi con le associazioni, essere un individuo, potesse rappresentare un agito, motivato da un’abitudine alla diffidenza e all’evasione dei rapporti propria di una cultura. Una cultura che caratterizza i rapporti tra insegnanti e associazioni, tra organizzazioni sportive dilettantistiche e tra queste e gli enti nazionali deputati tanto alle certificazioni e alla vigilanza degli illeciti quanto alla realizzazione di eventi sportivi.

La diffidenza, il controllo, la pretesa sono emozioni che riguardano rapporti. Nell’ipotesi che queste emozioni si possano pensare ha lavorato la mia formazione in psicologia clinica, negli studi universitari e nel percorso di tirocinio. Ed ecco che le esperienze formative a pensare rapporti mi sembrano non solo tornare utili ma aprire piste da esplorare nel lavoro di insegnante di arti marziali.

Mi sembra utile, in particolare, farmi carico del rapporto tra associazioni che, trattando la questione dell’accreditamento degli insegnanti ciascuna per proprio conto, sembrano non riuscire a pensare né il senso di questa novità amministrativa né ad organizzare eventuali riscontri per sostenere gli enti nazionali nelle azioni di verifica. Con questa ipotesi si può allora provare a immaginare modalità per intervenire nell’impasse, che vadano in una direzione diversa dall’ignoramento reciproco tra realtà sportive locali e apre occasioni per parlarsi.

Così pensare la certificazione diventa un pretesto mediante cui propongo alle due organizzazioni di progettare e realizzare un percorso formativo congiunto utile all’accreditamento dei docenti del settore e questo consente anche di pensare insieme attività promozionali dei corsi e domande dell’utenza del settore.

La competenza psicologico-clinica è stata d’aiuto, dunque, per sospendere l’agito diffidente e solitario della certificazione, e trasformare l’urgenza formativa in una possibilità per far dialogare le associazioni, accompagnandole nello sviluppo di strategie per progettare l’attività sportiva più curiose e meno diffidenti.

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