Il tirocinio come occasione per pensare la professione. Lo smartworking nella formazione in psicologia

di Martina Zanocco

Giovanno Fattori, Silvestro Lega dipinge in riva al mare di Castilioncello, 1867, Milano collezione Jucker.

Nel momento in cui scrivo, il mondo intero si trova ad attraversare un periodo storico quanto mai anomalo e unico nel suo genere. È l’inizio di maggio dell’anno 2020 e qui in Italia stiamo vivendo le ultime settimane del periodo di quarantena imposta su tutto il territorio nazionale, a partire dalla prima metà di Marzo di questo stesso anno, per contenere la diffusione della pandemia di Coronavirus. 

Un evento critico dunque dalla portata immensa, che ha travalicato la questione drammatica della crisi sanitaria da fronteggiare e a cui hanno fatto seguito cambiamenti con cui ci stiamo confrontando in molti altri ambiti delle nostre vite.

Le riflessioni proposte in questo scritto prendono in considerazione un particolare ambito di questi cambiamenti ovvero quello riguardante la formazione e il lavoro, e sono nate in seno agli scambi avuti in un piccolo gruppo di colleghi, tutor compresa, che attualmente sta condividendo il percorso di tirocinio post lauream in psicologia presso la stessa organizzazione di terzo settore: una di noi lo ha appena terminato, uno lo ha da poco cominciato, mentre chi scrive è a metà del percorso.

Per tutto il periodo di quarantena, consequenzialmente alle limitazioni degli spostamenti, è stata decretata la sospensione della maggior parte delle attività lavorative su tutto il territorio nazionale, incluse quelle formative; incentivando ovunque possibile modalità di svolgimento di lavori a distanza o smart working, così da arginare quanto più possibile la diffusione del virus Covid-19 tra le persone.

È dunque questa dello smart working una novità non da poco con cui si stanno confrontando moltissime organizzazioni operanti negli ambiti più disparati; ognuna di esse è alle prese con idiosincratici problemi, rispetto ai quali sembra altresì possibile rintracciare alcune dimensioni comuni in questo processo di cambiamento. È su di esse che condivido le presenti riflessioni, a partire dalla posizione in cui mi trovo e da esperienze fatte.

Trovo utile cominciare, per situare culturalmente e storicamente queste riflessioni, dalla condivisione di un ricordo, il racconto di una situazione vissuta da un collega tempo fa, un giovane psicologo che aveva da poco iniziato il tirocinio post lauream. Soddisfatto della scelta dell’ente presso cui svolgerlo, in quanto operante in contesti e su tematiche che lo interessavano molto, pensò di parlarne con un amico d’infanzia; gli raccontò allora di riunioni via Skype, di consegne e revisioni di lavori tramite email o cartelle Drive, di telefonate di confronto e progettazione tra colleghi. La faccia dell’amico si faceva sempre più perplessa; il giovane psicologo gli riferì anche che di lì a poco avrebbe preso parte ad alcuni incontri di formazione con un ragazzo con disabilità: “Ah bene, allora tra un po’ cominci a lavorare… veramente!” disse per tutta risposta l’amico.

Il racconto di questa situazione può essere interessante in quanto illustra, in maniera emblematica e sintetica, un certo tipo di cultura condivisa quando si parla di lavoro nel campo dei servizi per le persone, della formazione, del sociale, degli enti di terzo settore. Non a caso, oggi sono proprio questi i contesti maggiormente confrontati con questioni da problematizzare e ripensare, al fine di portare avanti il proprio lavoro anche durante l’isolamento dettato dalla quarantena. 

Se, ad esempio, per un programmatore informatico può non aver portato a molti cambiamenti il fatto di lavorare in smart working, dal momento che sia la strumentazione da utilizzare che il rapporto con i clienti del proprio lavoro aveva già un certo tipo di obiettivi e modalità che lo caratterizzavano, stessa cosa non si può dire per un operatore di un ente di terzo settore o per un assistente specialistico in una scuola o, perché no, per uno psicologo. Il rapporto con i clienti di chi lavora nei contesti nominati in precedenza è sempre stato diretto e di persona, che fare adesso che tale condizione è venuta forzatamente meno?

All’interno della cornice del tirocinio post lauream, già da prima che il Coronavirus lo rendesse l’unica modalità possibile, ho avuto modo di formarmi sperimentandomi nel lavorare a distanza, attraverso piattaforme in rete che permettono una comunicazione condivisa fra le persone che, a vario titolo, sono impegnate in un progetto. In questa modalità di lavoro a distanza e digitalizzato ho dunque lavorato per diversi servizi anche in questo periodo; dalla realizzazione di un tirocinio di inclusione per un utente dei servizi di salute mentale alla consulenza per l’inserimento professionale di una persona con fragilità sociale, come tutor didattico per studenti con difficoltà nell’apprendere o anche alla conduzione di interviste a cittadini del territorio per una ricerca intervento. 

Lavorare a questi servizi in modalità smart working non è stato esente da perplessità dal momento che, come ricordato in precedenza, i rapporti di lavoro nell’ambito dei servizi per le persone sono sempre stati scontatamente in presenza; talvolta avvicinandosi quasi al paradosso di scambiare lo stare insieme di persona come il fine di un intervento piuttosto che un mezzo, insieme ad altri, per lavorare ad obiettivi.

A volte queste perplessità hanno esitato anche nella decisione, da parte di alcuni committenti, di interrompere momentaneamente il rapporto di lavoro con me e con l’ente all’interno del quale opero, per riprenderlo quando terminerà la quarantena; ancorandosi all’idea che sia univocamente il fattore “svolgimento di persona” a rendere di per sé più o meno utile e produttivo il servizio a cui insieme si stava lavorando. Altre volte invece i servizi sono continuati, riuscendo lo stesso a lavorare a diversi prodotti e obiettivi seppure in modalità online; mi viene alla mente un commento espresso da un cliente del servizio di consulenza per l’inserimento professionale a valle di alcuni incontri tramite videochiamata, durante i quali abbiamo revisionato il suo curriculum: “Beh, menomale che non abbiamo interrotto gli incontri, da solo non credo che ce l’avrei fatta”. C’erano due schermi in mezzo a noi, ognuno stava a casa sua, eppure il vissuto condiviso era non solo quello di aver lavorato veramente, ma anche di aver lavorato insieme.

Il dibattito su lavoro e formazione in modalità smart è attualmente molto vivo nel nostro Paese, e può essere quindi interessante problematizzarlo oltre la presunta scontatezza di certi “fatti”. 

Gli eventi critici attuali possono essere occasione di spunti di riflessione: quanta parte dell’efficacia di un servizio è univocamente legata al fattore “in presenza”? Si possono rintracciare altre risorse, ma soprattutto altri criteri, per ripensare la realizzazione di servizi per le persone in modalità smart working?

Riorganizzando il lavoro in altra modalità, di fatti, andrebbero ricontrattati prima di tutto gli obiettivi che si possono perseguire, assieme alle strumentazioni e materiali da utilizzare, essendo cambiate le condizioni contestuali. È il ripensare obiettivi e rimanere ancorati ad essi nel lavorare che sembra non essere facile; non solo perché i mutamenti repentini del mondo intorno a noi a causa della pandemia ci spingono a riorganizzarci velocemente su molti fronti, contribuendo al generale vissuto di confusione e di affaticamento, ma anche perché molti dei contesti di lavoro nell’ambito dei servizi per le persone erano già alle prese con crisi culturali più o meno dichiarate, di perdita di senso collusivamente condiviso sugli obiettivi perseguiti rispetto a contesti in continuo mutamento anche prima dell’arrivo del Coronavirus (penso, solo per nominarne alcuni di cui ho esperienza di lavoro diretta, alla scuola e in generale ai contesti formativi; ai servizi di salute mentale; agli enti di terzo settore, sempre in bilico tra l’offrire servizi e il lavorare perché si ha buon cuore). Crisi che le riorganizzazioni dettate dalla quarantena stanno mettendo in evidenza più che creando da zero, e ciò può essere anche una risorsa.

Infatti, queste forzate riorganizzazioni, congiunte al tempo meno frenetico che stiamo vivendo, possono aprire su ampia scala alla possibilità di ripensare molti dei paradigmi delle organizzazioni, produttive e non: cosa vuol dire lavorare? cosa vuol dire formarsi? cosa vuol dire offrire un servizio? 

Sperimentarci nello smart working ci sta mettendo di fronte al fatto che il lavoro, ma anche la formazione, sono dati in primis dal rapporto con le persone che condividono progetti e contesti lavorativi o formativi; quindi con i clienti, i committenti e i colleghi di quei lavori. La peculiarità è che si tratta di rapporti in cui stare con obiettivi e cose terze da costruire e perseguire; la qual cosa è vera sia quando si lavora in presenza che a distanza. In tal senso quindi il luogo d’incontro può essere eventualmente anche immateriale, come le varie piattaforme online di comunicazione che in questi giorni tutti noi stiamo utilizzando, se il setting per lavorare e formarsi è primariamente “mentale” e quindi legato ad una certa modalità di rapporto legato ad obiettivi in cui stare. 

È solo all’interno di questi rapporti che è possibile pensare (e ri-pensare) obiettivi utili anche in periodi come questo, nonché riadattamenti creativi di modalità con cui perseguirli; ritrovando criteri per progettare servizi e ricostruendo così anche dei limiti temporali, in un periodo dove sembra che la domenica sia diventata uguale al lunedì, differenze di setting anche quando il setting fisico è lo stesso ovvero la propria casa. 

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