Un intervento educativo nel servizio SAISH del Comune di Roma

di Giordano Di Vetta

Pablo Picasso, Famiglia di saltimbanchi, 1905

Il “Servizio per l’autonomia e l’integrazione della persona disabile” (SAISH) è un servizio socio-assistenziale rivolto alle persone con disabilità, realizzato attraverso l’azione coordinata dei Servizi Sociali del Municipio e dei Servizi Socio Sanitari della ASL. Da questa collaborazione viene definito il Piano di Intervento Individualizzato, che raccoglie informazioni sui bisogni dell’utente del servizio, sulle sue risorse e le caratteristiche del contesto di vita, al fine di individuare ipotesi di intervento in un’ottica multidisciplinare e definire obiettivi socioassistenziali verificabili. Il servizio viene erogato dal Municipio con il coinvolgimento di enti del terzo settore (es. cooperative sociali, associazioni) coinvolti mediante gara pubblica e in grado di garantire servizi professionali specifici.

Gli obiettivi generali del servizio SAISH nel Comune di Roma sono:

•   migliorare la qualità della vita dell’assistito attraverso il sostegno all’autosufficienza;

•   mantenere e stimolare le autonomie personali e sociali al fine di sviluppare le capacità di autodeterminazione e la partecipazione attiva alla costruzione di un progetto personale di vita;

•   mantenere il più possibile la persona nel proprio ambiente domestico;

•   offrire sostegno e sollievo al nucleo familiare.

Entro questi obiettivi generali il Piano di Intervento Individualizzato può prevedere tipologie di intervento diretto, indiretto o misto.

Gli interventi diretti consistono in attività realizzabili, secondo necessità, in forma individuale, familiare o di gruppo, finalizzate a fornire:

•      aiuto e sostegno alla cura della persona in ambito domiciliare ed extra-domiciliare;

•      accompagnamento e sostegno nello svolgimento delle attività di vita quotidiana;

•      promozione e sostegno alla partecipazione ad attività culturali, formative, sportive e ricreative;

•      sviluppo e sostegno dell’autonomia personale e sociale.

Gli interventi indiretti consistono nell’erogazione di un sostegno economico al cittadino utile alla copertura dei costi da questi sostenuti per assistenza personale.

L’intervento di assistenza in forma mista, nei limiti consentiti, è composto di una parte di assistenza diretta ed una parte di assistenza indiretta, come sopra definite.

Il caso di Bruno

La cooperativa con cui collaboro mi propone di occuparmi del caso di Bruno, un ragazzo di 25 anni, con una grave forma di autismo, scarse competenze comunicative e di reciprocità sociale. Frequenta un Centro Diurno, ma la mattina fa fatica ad alzarsi e la famiglia richiede il servizio di assistenza domiciliare per essere sostenuta nei preparativi necessari a consentire a Bruno di uscire di casa. Per perseguire questa finalità, il servizio dovrebbe essere erogato alle 6.30 di mattina, un orario non previsto nel contratto tra Municipio e Cooperativa, tanto che il Municipio stesso rimette alla cooperativa la scelta di implementare o meno il servizio secondo le richieste della famiglia.

Con il coordinamento del servizio SAISH della cooperativa, organizzo un primo appuntamento conoscitivo presso il domicilio di Bruno. All’incontro partecipa Mario, padre di Bruno, e suo fratello Giuseppe, zio di Bruno, con cui Bruno condivide la stanza. Mario racconta di occuparsi in prima persona del figlio, accompagnandolo alle visite mediche, al centro diurno, occupandosi delle pratiche burocratiche necessarie ad attivare e manutenere il rapporto con i servizi sociali. Un impegno gravoso, a cui si aggiunge anche la cura di suo fratello Giuseppe, da tempo affetto da problemi di tipo psichiatrico. Mario racconta che, sempre più spesso, fa fatica a fronteggiare i rituali in cui Bruno sembra incastrarsi e con lui l’intera famiglia. Bruno si alza e torna a letto innumerevoli volte, apre e chiude la porta del bagno compulsivamente, fissa lungamente pomelli e maniglie, ingerisce enormi quantità di sapone. Quando si riesce ad arrivare in bagno e a fargli la doccia, a vestirlo e a dargli i farmaci, Bruno ricomincia a fissarsi fu spigoli e fessure, percorrendo avanti e indietro un angusto corridoio centinaia di volte. Operazioni che richiederebbero pochi minuti si trasformano in lunghissime attese, accompagnate dallo sconforto dei familiari che vedono cronicamente disattesa la propria “voglia di normalità”.

La famiglia sembra sentirsi intrappolata nei riti di Bruno, ma questo vissuto, più che essere parlabile, prende la forma di veri e propri agiti. Nei primi mesi del mio intervento scopro che Anna ed Elisa, madre e sorella di Bruno, restano chiuse, bloccate nelle proprie stanze per tutto il tempo che Bruno agisce i propri riti, spesso arrivando in ritardo a lavoro e all’Università; Mario viene colto da un tic facciale che dà al suo volto l’espressione di un urlo, un comportamento motorio incontrollabile, sofferente, ma che ha la potenza di “mettere in mostra” nel rapporto con me qualcosa che ancora non ha parole.

Nei primi mesi dell’intervento Mario mi accoglie tutte le mattine con una tavola riccamente imbandita con biscotti, tè, cornetti: non sembra la colazione di chi ha fretta, ma un invito a stare insieme. Provo a cogliere questa proposta di convivialità, prima dialogando sulla storia clinica e sociale di Bruno, poi spostando l’attenzione su temi apparentemente collaterali ma capaci di emancipare il mio interlocutore dall’ etichetta “genitore di ragazzo autistico”. “Come va a lavoro? Di che ti occupi in particolare?”, “Che avete fatto nel week and?”, “Che lavoro fa tua moglie?”, Cosa studia tua figlia?”. Domande che aprono alla possibilità di raccontarsi e riconoscersi in più ruoli, in un’identità più dinamica di quella “bloccata nei riti di Bruno”. Parlando, Mario ed io scopriamo di essere entrambi tifosi della Lazio, lui più di me. Mi racconta di aver seguito da giovane lo scudetto del ‘74, che ha conosciuto alcuni calciatori dell’epoca andando a guardare le sessioni di allenamento, un evento a cui partecipavano solo pochi tifosi. Io non seguo il calcio da anni ma comincio a documentarmi su risultati e trattative di mercato: sento di non poter lasciare Mario da solo sugli spalti della sua passione.

L’attesa snervante della mattina diventa, col tempo, un’occasione di scambio conviviale a cui partecipano anche Anna ed Elisa, mentre Bruno comincia a chiamarmi per nome, a guardarmi negli occhi, a salutarmi senza sforzo e nominando con precisione il prossimo giorno della settimana in cui ci vedremo. Anche Giuseppe si mostra interessato ad un coinvolgimento, tanto che coglie con interesse la proposta di occuparsi del riassetto mattutino della stanza che condivide con il nipote; la sua straordinaria memoria diventa una preziosa risorsa anche per me, ad esempio nella compilazione mensile del foglio firma, che Giuseppe mi aiuta a completare ricordando attività, prestazioni, date.

Il lavoro con la famiglia, poi, è stato accompagnato da resocontazioni presso il coordinamento del servizio tenuto dalla cooperativa e condivisione di ipotesi con terapisti e operatori di altri servizi che ci occupano di Bruno. In sette anni di intervento è stato possibile accompagnare questa famiglia a sentire il tempo della vita e del cambiamento. La sorella di Bruno si è laureata e si è sposata, riuscendo a pensare di poter lasciare la sua stanza e occuparsi di suo fratello in un modo diverso e meno obbligante; Mario, durante la pandemia, ha potuto scegliere di lavorare in smartworking, non vivendo più lo stare a casa come un sacrificio necessario, un adempimento sacrificale, ma come una possibilità che si può scegliere anche per conciliare necessità di famiglia e lavoro; Bruno riesce, entro una rete di rapporti non più esclusivi ed escludenti, a contenere le ritualizzazioni in tempi conciliabili con la frequenza del centro diurno. Io continuo a lavorare al caso dividendo i turni con un collega. Trattare i vissuti della famiglia e condividere il senso degli interventi educativi con l’equipe multidisciplinare sembra aver sostenuto anche altri colleghi operatori nell’immaginare come possibile e desiderabile lavorare con questa famiglia alle 6.30 di mattina.

In prospettiva freireiana: i temi generatori

L’intervento può essere considerato una ricerca in piccola scala di Temi Generatori. Paulo Freire invitava i suoi sul campo a cercare parole significative “generatrici” di temi che potessero aprire un dialogo con un certo gruppo. Temi che, trattati, problematizzati, pensati, potessero diventare il perno di una “coscientizzazione”, un riconoscimento della propria posizione nella società e sprone al cambiamento della propria condizione. La famiglia di Bruno non è certo quella della favela di oppressi della periferia di Recife ma vive comunque ai margini, a disagio nel rapporto col mondo. Isolamento, stigma sociale della disabilità, disconoscimento di valori altri, cronicità e vissuto di impotenza, inteso proprio come non potere, per la propria condizione di “disgraziati” da una malattia di cui non si conoscono le cause; sembrano essere i vissuti caratterizzanti le relazioni familiari. Nel “villaggio” di Bruno ognuno era bloccato e disconosciuto nella propria identità, non visto. L’intervento curioso dell’educatore rappresenta l’entrare in confidenza con il popolo, la ricerca di quegli oggetti comuni, quei temi che potessero aprire un dialogo. Anche in un contesto non formalmente definibile “di formazione” quale quello domiciliare, l’azione educativa può avere funzione formativa, presidiando obiettivi, portando ed elaborando conoscenza, cogliendo domande di tras-formazione. Così, obiettivi educativi formativi perseguiti nel e con il contesto familiare sono stati individuati nella possibilità che Bruno fosse capace di farsi carico in modo più autonomo dei propri rapporti con “fuori” rappresentato dal Centro Diurno, emancipando la famiglia da una funzione accudente asfissiante; e consentire ai familiari stessi di non identificarsi totalmente con l’immagine di “familiari di Bruno” e della sua disabilità, ma risignificando i rapporti e la “questione disabilità” entro una più ampia e complessa identità in grado di stare in rapporto al mondo e al futuro.

Obiettivi raggiunti grazie ad uno sforzo di dialogo quotidiano, connotato da leggerezza, simpatia, curiosità ma anche rigore del tenere a mente obiettivi convenuti con cooperativa, Municipio ed ASL e domanda della famiglia.

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