La formazione universitaria in psicologia clinica. Dal tirocinio all’esame di stato tra adempimenti e desideri

di Lorenzo Bolli

Chi scrive ha conseguito la laurea in psicologia clinica e ha terminato da poco i 12 mesi di tirocinio professionalizzante, al momento è impegnato nella preparazione dell’esame per l’abilitazione; questo scritto si propone di raccogliere delle considerazioni intorno a questa fase del percorso formativo.

Una manciata di mesi trascorsi fra l’impressione di adempiere all’ennesima disposizione obbligatoria e l’intolleranza verso una verifica forzata e obsoleta della formazione: è questo il mio vissuto recente,  una frustrazione che scopro di condividere con decine di altri colleghi. Quando proviamo a interrogarci su di essa facciamo fatica a rintracciare un senso per queste ore di studio, che non molto aggiungono al percorso intrapreso da ciascuno di noi, se non una certificazione di idoneità. Troppo generale però per dire davvero qualcosa su chi tenta di conseguirla e sulla competenza maturata. Più di tutto l’Esame di Stato si percepisce come l’ulteriore rallentamento prima dell’accesso alla professione, incapace di aggiungere valore al titolo di studio. Queste non sono che alcune delle criticità riscontrabili nell’intero post-lauream, tendenti a restare implicite durante il percorso di studi ma che perdurano a carico dello studente e del futuro professionista; la domanda da porsi è allora come far uscire dall’ambiguità tali questioni. Provare a gettare uno sguardo critico sull’esperienza del tirocinio può essere utile nello strutturare un’ipotesi di lavoro in questo senso.

Diviso in 2 semestri, che ho scelto di svolgere in 2 enti differenti, il tirocinio rientra nell’obbligo formativo che prelude al conseguimento dell’abilitazione.

Ho avuto modo di trascorrere il primo semestre presso una scuola di specializzazione in psicoterapia. Le giornate scandite dagli incontri di equipe e dallo studio della teoria hanno acceso curiosità ma anche difficoltà a percepire l’impatto del lavoro cui stavo prendendo parte. Se si considera poi che la formazione mi portava in quel momento a domandarmi quale possibilità di intervento potessero esistere per lo psicologo al di fuori della stanza di psicoterapia, si è rivelato frustrante scoprire la scarsità dei riferimenti al mondo ‘fuori’, quello delle domande sociali, della progettazione e dell’intervento psicologico. Queste dimensioni occupavano nella discussione un ruolo marginale e di secondo piano rispetto al più nobile operare dello psicanalista.

Il tentativo di immaginare delle alternative all’insoddisfazione che quella situazione stava generando, mi ha portato a mettere in discussione, non senza conflitti e resistenze, le mie fantasie intorno all’agire professionale dello psicologo. Il passaggio al mio secondo semestre ha avviato una riflessione che ha contraddistinto tutto il successivo periodo di tirocinio, svolto nel contesto di un’associazione culturale e di promozione sociale di Roma. Ne è scaturita un’esperienza molto positiva, in cui scoprirsi, entro il lavoro di promozione di iniziative e interventi, parti di un contesto e al contempo suoi osservatori. A questo punto  formazione ha iniziato ad assumere un significato dal sapore più interessante.
Dire semplicemente che il secondo semestre è stato più fortunato del primo non renderebbe del tutto ragione di un dato centrale: quella che è risultata un’esperienza proficua è stata tale in virtù di uno spunto a pensare insieme e trattare con metodo clinico la questione formativa. I rapporti con tutor e colleghi di tirocinio – post lauream come me e specializzandi di una scuola di specializzazione in psicoterapia – sono stati risorse preziose nella costruzione di questo percorso, rappresentando lo spazio entro cui sviluppare una committenza a pensare declinazioni possibili del tirocinio. Certamente ad aprire a questa possibilità è stata la peculiarità di un contesto di lavoro, ma in accordo alla volontà di fare dei passi verso la costruzione della professione. Non demandare questo obiettivo al futuro è stato di stimolo all’emergere di un desiderio, a calarsi con sguardo clinico entro le maglie di una cultura locale per incontrare delle domande, immaginando il contributo che potesse venire dalla funzione dello psicologo a quel contesto di intervento. 

Tornando ora al vissuto di frustrazione e rabbia sollecitato dall’approssimarsi dell’Esame di Stato, si può comprendere come la mancata riflessione sul post-lauream incentivi la percezione di un futuro precario per chi intraprende gli studi in psicologia. Come il tirocinio ha avuto modo di mostrarmi d’altro canto, la mission formativa del percorso universitario può non esaurirsi negli adempimenti e lasciare anche spazio al desiderio. Ciò richiede però di rinegoziarne i termini al di fuori dell’ipotesi individualistica che manca di interrogarsi sulle domande della realtà sociale. La costruzione della professione è la scabrosa questione che preme per uscire dall’implicito, anche nel frangente dell’Esame di Stato, in cui ci si interroga sul senso della ridotta coerenza tra consegne delle prove e prassi lavorativa reale degli psicologi. Pensare il ‘fare’ professionale può essere di sicuro orientamento per la formazione in psicologia clinica, ma impone in primo luogo di pensarsi, entro quei rapporti che sono anche il fondamentale oggetto di studio della materia.

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