Una cena a Tor Pignattara. Il gusto della comunità

di Paola Cavalieri e Valentina Vavalà

Il gusto di aver incontrato un senso di comunità.  Un luogo dove sentire di abitare questa città.

L’arrivo: si valicano le colonne d’Ercole, seconda a destra dopo la ferrovia sulla Casilina. Per il parcheggio ci dicono: fortuna o creatività. Non so quale delle due ma si parcheggia velocemente. Si esce dall’auto ed eccoci in un’altra dimensione. Ce la raccontiamo poi, ma tutti ci ritroviamo in una sensazione che percepiamo come fuori dal tempo. 

Ma cosa è questo fuori dal tempo?

Assimiliamo guardandoci intorno lo sviluppo urbanistico della zona, la tipologia di case, ma anche il modo in cui ogni ingresso, ogni spazio, ogni muro è vissuto. In queste strade vivere e abitare sembrano sinonimi: si esprimono attraverso una danza, una presenza, un esserci in relazione con gli altri. Questo modo di vivere/abitare la città presuppone l’esistenza dell’altro, di uno chiunque che passa a cui dici chi sei e che ci sei.

Percorriamo una strada parlante e vivace, proprio per questo. Ci tira dentro, ci accoglie, ci invita ad esserci, nella forma che ci diverte assumere, lì, con loro. Quel fuori dal tempo non richiama la pesante nostalgia di un passato perduto, né il timore di un futuro catastrofico, richiama piuttosto il tempo della vita in un contesto che senti che ti appartiene, dove l’abitare va oltre la casa, dove abitare è essere in relazione col verde “che non c’è“, con la piazza “che non c’è” , col giardino “liberato”: luoghi da vivere e da proteggere, recuperati al degrado, a disposizione di una comunità interessata a usarli e capace di manutenerli e tutelarli. Un gran profumo di tigli.

Il locale ci attende, eccolo là, girovagando per le strade, incontrando gente, curiosando dentro e fuori, arriviamo lentamente alla piazza, al tavolo prenotato imbiancato da piccoli fiori bianchi profumati, ai nostri posti. 

Siamo la piazza partecipe di applausi che giungono da lì vicino, il nipote ci accoglie, la zia prende le nostre ordinazioni. 

Pesce dalla pescheria di famiglia transita nelle cucine del bar ristorante fino ai clienti che si gustano il tutto in un bel clima vivace e spensierato. Chi ragiona di amori improbabili, chi festeggia un compleanno in un tête-à-tête, chi ingaggia il chitarrista di turno in chiacchiere e canzoni. Qualche bambino passa veloce tra i tavoli. Il cibo racconta a suo modo quel mondo: sapori veraci, pesce freschissimo, sughetti e intingoli che ricordano la cucina di casa, ingredienti essenziali e buoni. Come a dire che siamo gli invitati ad una cena di famiglia, un po’ come fossimo a una festa … dove è finita l’estraneità, il cliente che ti porta i soldi e che devi sopportare, il fare sradicato da presente passato futuro? 

Qui questo non si sente. Si avverte il radicamento nel presente che non sembra  confliggere con la convivialità, con l’estraneità, con i problemi e le difficoltà di ciascuno. Ritornando alla macchina, l’ora più tarda ci apre a nuovi scenari: musica e balli, altri locali sempre nello stile del vivere e occuparsi degli spazi dove si abita. 

Ci congediamo dal quartiere con uno scatto ad un triciclo attraverso un cancello, ora chiuso, di un parchetto prima movimentato da bambini.

Ed è  bello scrivere, per condividerla questa possibilità che Roma offre di abitarla, fuori dal tempo, dentro una comunità.

Una città che c’è, che va un po’ ricercata, che si lascia più facilmente scoprire attraverso un passaparola da chi la abita quotidianamente, ma capace di accogliere e rappresentare una boccata d’aria fresca anche a visitatori occasionali.

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