Progetto WebForYourLife – Investire sul desiderio come metodo di intervento con le culture giovanili

web for your life

WebForYourLife è un progetto promosso e implementato da Idea Prisma 82 Cooperativa Sociale, in collaborazione con le cooperative IndieWatch, Camelot, Crescere-Insieme e all’Associazione Esplosivamente, e finanziato dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto prevede una rete nazionale di Enti del Terzo Settore lavorare insieme alle Regioni Lazio, Piemonte ed Emilia Romagna col fine di sensibilizzare i giovani tra gli 11 e i 18 anni ad un uso competente del web e delle sue risorse (per un approfondimento clicca qui).

Nel contesto del convegno conclusivo siamo stati invitati a parlare della nostra esperienza di intervento con le culture giovanili nel territorio romano.

Di seguito il contributo integrale:

Da 15 anni sono impegnata in interventi rivolti allo sviluppo dei sistemi di convivenza. Da 10 me ne occupo nel III Municipio di Roma, nel terzo settore, attraverso la collaborazione con organizzazioni interessate a sostenere e sviluppare il tessuto sociale di questa comunità. Tra queste organizzazioni quella in cui sono impegnata con maggiore continuità è l’associazione Defrag, una organizzazione che si occupa di manutenere e promuovere lo sviluppo del territorio attraverso l’offerta di servizi culturali e aggregativi – come laboratori, mostre e concerti, – e servizi specialistici di formazione e consulenza rivolti a famiglie, scuole e servizi pubblici e afferenti al privato sociale.

L’associazione Defrag ha, in oltre 15 anni di lavoro, raccolto una preziosa letteratura su modi e culture della convivenza attraverso cui si sono animati i rapporti tra senso di appartenenza, estraneità e regole del gioco nel III municipio e come, entro questi rapporti, si dipanano i valori con cui si significano i vari oggetti sociali: pensiamo a come, dai primi anni del 2000, sia cambiato l’intervento con la disabilità e la salute mentale, come sia cambiata la rappresentazione e la funzione sociale degli anziani, delle donne, dei migranti, della scuola, dei sindacati, dei partiti, dei centri sociali; come sia cambiata la rappresentazione della partecipazione politica, l’immagine di quartieri come il Tufello o Cinquina, la funzione delle attività commerciali private nella vita pubblica (un esempio per tutti: le comitive di 12enni che fanno lo “struscio” nel Centro Commerciale POrta di Roma preferendolo alle panchine dei parchi pubblici).

Dalla bolla immobiliare e finanziaria del 2008, poi, è possibile tracciare un vero e proprio crinale nei cambiamenti della società e del modo con cui questa riesce ad immaginare il proprio futuro. Alcuni effetti sembrano essere direttamente connessi, come i cambiamenti nel mercato del lavoro, con tagli al personale, alla formazione, alle funzioni di ricerca e sviluppo, con la vendita di patrimoni e servizi “nazionali” a capitali esteri o multinazionali; ma anche con la nascita di piccole imprese e filiere locali che ridefiniscono margini del mercato globale. Altri, invece, vi si connettono indirettamente, a volte come prodotto di oltre dieci anni “di crisi”, altre come ridefinizione di equilibri che sembrano evocare la “crisi” di assetti dati per buoni una volta per tutte.

Pensiamo al modo di vivere le città, con l’aumento di situazioni critiche e anomiche come Mafia Capitale, la crisi nella gestione dei rifiuti e quella della filiera dell’accoglienza dei migranti, ma anche con il desiderio crescente di momenti di condivisione e convivialità, come testimonia l’aumento dei festival e delle iniziative culturali di piazza (pensiamo al coordinamento Grande Come una Città, alla sua “chiamata alle arti” attraverso cui l’assessore Christian Raimo sollecita i cittadini a vivere i luoghi pubblici della città con iniziative culturali che intercettano e orientano una grande partecipazione).

Pensiamo i cambiamenti confusi che coinvolgono l’idea di Europa connessi alla Brexit, alla migrazione di popoli in guerra ma anche a quella delle giovani generazioni fuori dall’Italia, mosse tanto dal vissuto di obbligo alla ricerca di posti di lavoro “coerenti” con la propria formazione, quanto dal desiderio di sviluppo. Pensiamo al welfare, inteso come funzione che sostiene la qualità della vita dei cittadini, che vede la crisi dei modelli orientati all’assistenza e la necessità di ripensare strategie capaci di coinvolgere i fruitori dei servizi nella loro stessa implementazione.

Mi sembra, dunque, che la società attuale ponga numerose sfide ai territori, a chi li amministra e a chi vi lavora. Prima tra queste la necessità di dotarsi di criteri e metodi per intercettare la domanda sociale attraverso interventi duttili e sostenibili, ovvero capaci di produrre risorse più che consumarle. Una innovatività che, dunque, diviene sinonimo di sostenibilità e sussidiarietà perché orientata dalla necessità di intervenire con una funzione capace di integrare e valorizzare le risorse presenti nei territori più che assistere e sostituirsi.

Entro l’esperienza di Defrag e dei suoi partner queste rappresentazioni degli oggetti sociali e i metodi con cui si interviene hanno un forte impatto sulle culture giovanili. Risorse e problemi che si dipanano entro le maglie delle culture locali che abitano il territorio del III Municipio, culture che dotano eventi e relazioni di significati e ne determinano i possibili sviluppi, occasioni di scambio e narrazione condivisa definiscono i sensi possibili e i possibili percorsi che i giovani possono attraversare. Un esempio. Lavorando nelle scuole abbiamo incontrato molti studenti diagnosticati. Ma il destino di quelle diagnosi e di quei ragazzi è strettamente connesso alla cultura locale attraverso cui la scuola e le famiglie “significano” la diagnosi. Ecco che la stessa “condizione” di partenza produce, in contesti diversi, problemi e possibilità diverse per quel ragazzo, la classe, la famiglia, i docenti. Il lavoro sociale diviene intervento utile a distinguere la diagnosi dal problema. Ovvero occasione per riconoscere la competenza dei contesti a trattare la variabilità dei propri membri e contesti che presentano eventi critici attorno a cui è utile mobilitare risorse.

Un altro esempio. In una recente ricerca intervento che abbiamo implementato in alcune scuole secondarie di secondo grado emerge come le culture giovanili studentesche più anomiche, smarrite, violente siano quelle che guardano con diffidenza e sfiducia al rapporto con gli adulti e al contesto organizzativo di riferimento. Se la scuola promuove una cultura conformista, tutta tesa all’adempimento e al controllo, alle relazioni come contesti dati, ciò che si produce, nella migliore delle ipotesi, sono schiere di cittadini anonimi e incompetenti nel pensare il futuro della propria comunità. Se la scuola si fa contesto di desiderio, capace di sentirsi luogo di lavoro, contesto produttivo, comunità educante fatta da insegnanti, studenti, famiglie, territori può farsi tempio sacro e laico di preziosi significati, di desiderio. E il desiderio, inteso come spinta vitale verso il futuro, nasce paradossalmente dall’assenza più che dalla presenza. Assenza di quella presenza oggettiva, concreta ed assoluta rappresentata dalle stelle. Se vogliamo assenza del “fatto-stella” che lascia il posto al “racconto” sul cielo che si dispiega in un rapporto. Etimologicamente, infatti, de-siderio rimanda all’assenza delle stelle, coperte in cielo dalle nubi, e alla necessità per l’uomo di muoversi per tornare a guardarle. E sappiamo dalla storia che l’uomo non si nuove mai da solo. Proviamo così a pensare che quell’uomo che guarda il dito mentre il dito indica al cielo non sia per forza stolto: forse lo stiamo guardando proprio nel momento in cui si accorge che perché il cielo esista come significante ha bisogno di un rapporto in grado di nominarlo, pensarlo. E’ dunque entro i rapporti che nasce il senso degli oggetti della realtà, la curiosità, la competenza a fare futuro.

Ma che vuol dire occuparsi di culture giovanili alla luce di rapporti e desiderio?

I giovani di Viterbo e quelli di Manduria tanto quanto Greta Thunberg e Simone di Torre Maura non esistono nel vuoto. I giovani che incontriamo non esistono mai come fatto individuale, avulso da contesti e relazioni. I giovani, i ragazzi, sono una metafora, il metro che misura la capacità della società di essere visionaria e immaginare il proprio futuro, tanto più in tempo di crisi. Quanto più i giovani imparano a desiderare, a non aspettare verità oggettive date una volta per tutte, a proiettarsi nel domani, a riconoscere e inventare risorse, tanto più quella società sarà in grado di pensare il proprio sviluppo.

Dunque la capacità dei giovani di desiderare, sapere, fare, la competenza a convivere, ad essere curiosi dell’estraneità e delle tradizioni, la voglia di vivere non è affar loro. Nasce e cresce nei condomini, tra i banchi, nei vicoli, nelle corsie dei centri commerciali; nasce nei volti della città, tra le rughe degli anziani, nelle tradizioni delle famiglie, nell’invenzione di riti e miti attraverso cui la comunità riesce a dare senso ai propri membri e alle loro esistenze.

Occuparsi di giovani significa permettere loro di emanciparsi dal fatto concreto di esserlo, permettere loro di viversi come funzione di una comunità, quella di essere visionaria e competente, quella attraverso cui la comunità stessa si slancia nel futuro.

 

 

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